In quest’opera s’indaga sul rapporto tra la fotografia e l’architettura, il contesto e la rappresentazione, la lettura e l’interpretazione delle immagini fotografiche, intrecciando le considerazioni critiche con una serie di fotogrammi sull’architettura contemporanea delle città europee eseguiti dall’autore.
Fotografare significa in primo luogo vedere e fissare uno sguardo. E quel particolare modo di vedere la realtà del fotografo diventa anche dello spettatore che guarda l’immagine di quella visione riprodotta. Per cui si deve pensare che in questa correlazione s’istituisce una “induzione” dello sguardo, tramite un processo selettivo. L’azione del fotografo si ripercuote direttamente sull’osservatore, che è guidato in quella direzione precisa e fissa: la fotografia diventa, in questo, scrittura, trasmette concetti diretti.
Per avere una fotografia bisogna scegliere un’angolazione di vista ed un’inquadratura: così facendo, si fornisce della realtà una visione del tutto orientata, corrispondente al punto di vista del fotografo che l’ha inquadrata in quel modo preciso. In questo la fotografia è l’arte del sapere dove stare, perché si costruiscono punti di vista, e le immagini possono divenire a loro volta dei luoghi da cui guardare oltre.
Il progetto architettonico costruisce innanzitutto un sottendimento di significati, tramite il procedimento selettivo e semplificativo del disegno, della modellazione, proprio come in fotografia si scelgono i tagli, si definiscono le distanze di ripresa come misura dello spazio rappresentato, si operano inclusioni o censure di elementi della scena. Esiste in sostanza un parallelismo tra il percorso di avvicinamento al soggetto fotografico ed il processo progettuale architettonico, ci sono gli stessi tentativi, scarti e prove, misurazioni….




